"La Pasqua di Grotte" (AG): Un Patrimonio Vivo

La Pasqua di Grotte è il cuore pulsante della nostra identità, unisce fede, storia, teatro e rito in una rievocazione toccante della Passione, Morte e Resurrezione di Cristo. Unisciti a noi per vivere un'esperienza unica, tramandata di generazione in generazione e radicata nell'opera settecentesca 'Il Riscatto di Adamo'.

CHI SIAMO

L' Associazione Culturale "Gruppo dei Giudei A.Infantino' è un gruppo locale che si dedica all'intera organizzazione della Settimana Santa in tutte le sue parti.

L' Associazione nasce con l'obbiettivo di preservare, valorizzare e trasmettere la tradizione della Settimana Santa attraverso la rievocazione teatrale della Passione di Cristo.

Ogni anno questo gruppo organizza e mette in scena numerose rappresentazioni teatrali ambientate nelle vie, piazze del paese e nel suggestivo calvario che ripercorrono le principali tappe della Passione di Cristo.

Queste rappresentazioni coinvolgono giovani e adulti non professionisti del posto grazie anche ad un forte senso di appartenenza a questa tradizione secolare.

L' Associazione rappresenta un importante punto di riferimento nella vita culturale e religiosa di Grotte. Essa non si limita a mettere in scena recite, ma coltiva un legame profondo con l'identità collettiva del paese, favorendo la partecipazione intergenerazionale e la conservazione di usanze tramandate da secoli.

In poche parole il gruppo è sinonimo di passione, memoria storica e appartenenza, facendo vivere la tradizione della Settimana Santa in modo partecipato e coinvolgente

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Il riscatto di Adamo di Filippo Orioles nelle sacre rappresentazioni di Grotte (AG) dal primo Novecento ad oggi

La tradizione della sacra rappresentazione della Passione di Cristo a Grotte (AG) costituisce uno dei fenomeni comunitari più longevi della Sicilia interna. Fin dai primi decenni del Novecento, il testo settecentesco di Filippo Orioles, Il riscatto di Adamo nella morte di Gesù Cristo, è stato assunto come riferimento poetico e strutturale della rappresentazione. Il testo non è circolato attraverso edizioni a stampa, ma tramite copioni manoscritti, spesso incompleti o rimaneggiati, custoditi in parrocchia, nelle confraternite o nelle case degli interpreti. La forma principale di trasmissione è però rimasta quella orale: i versi venivano appresi ascoltando gli anziani durante le prove, oppure assistendo alle recite degli anni precedenti. Questo metodo ha mantenuto per decenni una cadenza declamatoria tipica, un ritmo inconfondibile e una musicalità popolare che ancora oggi identificano la versione grottese del testo.

Nei primi decenni del Novecento la rappresentazione si caratterizzava per mezzi estremamente poveri e per un impianto essenziale. Non esistevano scenografie vere e proprie: si utilizzavano cortili, spiazzi, navate laterali e, talvolta, il sagrato come unico “palcoscenico”. Gli oggetti scenici erano pochi: una croce, un drappo, il tavolo dell’Ultima Cena. La povertà materiale non sminuiva però l’intensità del gesto rituale, percepito dalla comunità non come spettacolo, ma come atto devozionale condiviso.

Questo quadro resta pressoché invariato negli anni Cinquanta, un periodo che segna un passaggio significativo non perché introduca elementi organizzativi, ma perché rappresenta l’apice della tradizione povera e spontanea. A Grotte, in quegli anni, non vi era nulla di strutturato o coordinato: il tavolo dell’Ultima Cena, ad esempio, era composto con quelli dei bar o dei circoli; le sedie erano prese in prestito da abitazioni private; gli attori arrivavano sul posto già vestiti o si cambiavano dietro una tenda improvvisata e spesso gli stessi poveri costumi erano indossati sopra gli “abiti della festa”. Per i personaggi secondari, i costumi erano costituiti quasi interamente da mantelline delle confraternite, che venivano adattate ai personaggi evangelici. I ruoli dei santi più importanti e degli apostoli erano poi arricchiti da aureole di cartone o compensato, dipinte a mano e fissate con semplice filo di ferro. Nonostante l’estrema semplicità, il risultato era immediatamente riconoscibile grazie alla forza iconografica dei colori e dei gesti.

Gli unici costumi dotati di una certa cura erano quelli dei soldati romani, inizialmente non distinti da quelli del tempio, tradizionalmente molto amati dal pubblico. Gli elmi venivano decorati con scope, pennacchi di lana, piume di gallina o di tacchino, raccolte nelle campagne circostanti. Le corazze erano spesso realizzate in cuoio lavorato, raramente erano invece di latta come la tradizione dei pupi avrebbe autorizzato. Questo contrasto tra povertà dei mezzi e ricchezza inventiva costituisce una delle caratteristiche più affascinanti della tradizione grottese della metà del secolo.

A partire dagli anni Sessanta e Settanta, la sacra rappresentazione del Mortorio conosce un primo processo di strutturazione: compaiono piccole quinte dipinte, pedane rialzate come fossero palchi realizzati per intero dai carpentieri del paese, costumi confezionati su misure standard in cui il velluto la fa da padrone e ci abitua a un maggiore coordinamento tra i gruppi partecipanti. La rappresentazione si apre inoltre alla piazza e assume un carattere più scenico, pur senza perdere, anzi accentuandone la dimensione popolare.

Un ruolo determinante nel rinnovamento dell’immaginario visivo è svolto dalla televisione. Il Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli (1977) introduce colori tenui, volti armonici, un senso di compostezza e sacralità che influenzano costumi, gestualità e disposizione scenica anche nelle recite di Grotte. Al contrario, il film The Passion of the Christ di Mel Gibson (2004) porta un’intensità più aspra e realista, stimolando un uso più drammatico dei quadri della flagellazione e della via Crucis, oltre a un maggiore realismo negli strumenti del supplizio e nella fisicità degli attori. Quello che resta invariato e la maniera tutta tonale di recitare l’Orioles da parte di chi attore non era ma lo diventava a furia di ascolti.

Negli ultimi vent’anni la rappresentazione ha beneficiato di costumi più curati, illuminazione scenica, amplificazione sonora e una gestione più consapevole dello spazio urbano. Tuttavia, l’impianto profondo rimane lo stesso: il testo di Orioles come ossatura poetica e la trasmissione orale come vero garante della continuità. Grotte ha saputo rinnovare la propria tradizione senza snaturarla, mantenendo vivo un patrimonio culturale che, da oltre un secolo, unisce rito, teatro e identità collettiva.

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